Il camaleonte italico tra silenzi e giravolte
L’arte della politica romana, grandi svolte come se fosse del tutto naturale
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L’arte della politica romana, grandi svolte come se fosse del tutto naturale
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L’arte della politica romana, grandi svolte come se fosse del tutto naturale
Dal nostro corrispondente dall’Italia
Il camaleonte è un animale che studia il mondo da fermo, con la calma di chi sa che la fretta è il vizio degli animali destinati a essere mangiati. È un cacciatore d’attesa. Aspetta. Misura. Calcola. Poi scaglia la lingua, che può raggiungere una lunghezza impressionante rispetto al corpo, con un’accelerazione fulminea. In una frazione di secondo l’insetto sparisce e il camaleonte torna immobile, come se nulla fosse accaduto. Sembra svagato, invece è un dispositivo balistico con le zampe. La sua lentezza è una strategia, non una mancanza di ambizione.
La fantasia popolare lo descrive come capace di cambiare colore per “copiare” lo sfondo sul quale si muove e quindi camuffarsi meglio. In realtà il cambiamento di colore dipende da cellule specializzate della pelle e serve a molte funzioni: comunicare con altri camaleonti, regolare la temperatura corporea, esprimere stress, paura, aggressività o disponibilità all’accoppiamento.
Vive soprattutto in Africa, in particolare in Madagascar, eppure, forse per via dei maledetti cambiamenti climatici, sono stati avvistati alcuni esemplari di camaleonte in azione anche in Italia, a Roma. Non negli ambienti selvaggi e cespugliati bensì nei vellutati palazzi dove gli umani praticano il potere.
Questo intelligente animale ha una dote particolare, una straordinaria capacità di inscenare una recita completa, da attore consumato. Quando le cose si mettono male, pratica l’arte della sparizione senza bisogno di scomparire del tutto. Si rintana, scruta, osserva dove tira il vento. Poi, al momento giusto ricompare d’improvviso e zàcchete! taglia con la realtà precedente e si adatta in un baleno a quella nuova.
È un vero maestro, un esteta del mimetismo, è l’animale politico perfetto che trova il suo habitat ideale nella giungla romana. Incarna una verità un po’ cinica e un po’ comica, vale a dire che nella grande commedia della vita spesso sopravvive non chi fa meglio oppure si mostra meglio, ma chi sa sembrare qualcos’altro al momento giusto. Per questo affascina un gran numero d’italiani.
Riconosciamolo. Alcune di queste caratteristiche le troviamo nella madre cristiana che siede a Palazzo Chigi, quella che predicava che se al referendum istituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati avessero vinto i no le strade si sarebbero riempite di stupratori e pedofili.
Limitiamoci, per capire meglio, a osservare due o tre casi internazionali, lasciando perdere le vicende del cortile di casa, che richiederebbero ben più lunga riflessione. Aggiungendo un’altra considerazione. Il camaleonte italico a volte mente, altre volte non ha bisogno di mentire apertamente. È uno specialista del dire non-dire, del fare non-fare, insomma, della contraddizione. Gli basta spostarsi di qualche tonalità, di qualche parola, di qualche settimana. Ciò che ieri era aperta ambiguità, oggi diventa responsabilità. Ciò che ieri era colpevole silenzio, oggi si fa equilibrio. Ciò che era asservimento o, peggio, complicità, oggi passa per saggezza.
Davanti al genocidio di Gaza, all’inizio, non si è mai sentita una voce chiara di condanna. Si è vista solo una ostentata postura pseudo-istituzionale. Il diritto di Israele a difendersi dopo la strage del 7 ottobre. Il rischio di escalation. La necessità di non cadere nella trappola di Hamas. Il richiamo ai due Stati, formula sempre utile quando si vuole nominare la giustizia senza sconvolgere i rapporti di forza.
Con il passare del tempo Gaza è diventata ciò che era già sotto gli occhi di tutti: un cimitero di civili innocenti, di donne e bambini. Decine di migliaia di bambini. Ma anche allora non c’è stata una svolta immediata. C’è stato il solito rituale del ritardo. Prima le formule. Poi le cautele. Poi le condanne, ma a piccole dosi e sottovoce.
Dopo l’ennesima strage, dal governo si è finalmente sentito dire che la violenza contro i civili palestinesi non era più giustificabile. Non più. E in quel “non più” c’è già tutto: c’è la lunga tolleranza precedente, che significa complicità con il governo israeliano, c’è la lentezza calcolata, c’è il momento esatto in cui l’indignazione smette di costare troppo e comincia a rendere qualcosa.
Nello stesso periodo, davanti ai passi della Corte penale internazionale contro il premier israeliano accusato di crimini di guerra, non si è alzata da Roma una difesa limpida del diritto, ma un’irritazione diplomatica contro l’equiparazione tra Hamas e il governo israeliano. Anche la legalità, evidentemente, viene applicata con geometria variabile.
Sull’Iran il meccanismo si è visto ancora meglio. Quando Stati Uniti e Israele hanno aperto il nuovo assurdo fronte di guerra, il governo italiano ha inizialmente mantenuto il passo dell’alleato fedele: allarme sì, ma compostezza, fedeltà alla cornice occidentale. Ma le guerre, a differenza dei comunicati della propaganda, producono effetti devastanti. Non solo morti, ma anche incalcolabili danni economici per via del petrolio. E gli effetti hanno il brutto vizio di spostare i colori.
Così, dopo avere balbettato («non condanno né approvo») il camaleonte ha corretto la linea, parlando di interventi collocati fuori dal perimetro del diritto internazionale, pur senza rompere davvero con la cornice atlantica. La distanza, insomma, è stata presa. Ma con il metro corto. Con l’aggressione americana al Venezuela era accaduto di peggio: operazione legittima, giustificata come mossa difensiva.
Nei giorni scorsi c’è stato il passaggio forse più istruttivo di tutti: quello sul papa. Quando il narcisista maligno della Casa Bianca ha attaccato Leone XIV definendolo debole e inadeguato, da Roma è arrivata una reazione fulminea e finalmente netta: parole “inaccettabili”. Con tanto di (forse inopportuno) plauso dai banchi della Camera da parte della leader del principale partito di opposizione.
È una giravolta rivelatrice. Perché ciò che non era stato detto con la stessa nettezza davanti ai bambini sepolti sotto le macerie di Gaza, è stato affermato subito di fronte all’offesa al pontefice. Segno che il problema, più che il principio, è sempre il punto d’impatto. I civili palestinesi rientrano nel contesto della tragedia internazionale. Il papa non si tocca, appartiene al cuore simbolico, culturale ed elettorale del paese Italia.
Il camaleonte, si sa, sente benissimo la temperatura del ramo al quale è appeso. E pensare che per molto tempo il rapporto con il “fuori di testa” (copyright Lucio Caracciolo) è sembrato quello tra due camaleonti che si riconoscono e si piacciono: stessa foresta ideologica, stessi richiami identitari, stessa allergia ai dettagli umanitari quando disturbano la grande geometria del potere. Poi, la rottura.
Nell’aprile 2026, infine, è arrivato anche un gesto politico concreto: la sospensione del rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione militare con Israele. La Reuters ha parlato apertamente di riposizionamento. Parola esatta. Non conversione, non rottura, non revisione morale. Riposizionamento. Si cambia posto quando il posto di prima comincia a scottare troppo, ma si evita con cura una scelta radicale.
Questa è la vera lezione del camaleonte italico. Non cambia idea per convinzione. Cambia tono per necessità e convenienza. Non segue una linea di coerenza. Segue il momento in cui la linea diventa spendibile. E quando finalmente parla, spesso lo fa soltanto perché il silenzio, a quel punto, diventerebbe insostenibile e costerebbe più della verità.
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