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Di Anna Zafesova, La Stampa

«Non guardate questo video». Perfino gli account ucraini, di solito molto efficaci nel mobilitare un’ondata di indignazione, non postano il link al filmato dell’orrore. Bombe sugli ospedali, sui condomini, esecuzioni sommarie, torture, bambini rapiti: ogni giorno si sfonda una barriera dell’indicibile, impossibile, insopportabile. Quello che fa raggelare nel video della decapitazione con un coltello di un soldato ucraino per mano di militari russi non è nemmeno il suo grido di dolore, né la sbrigativa efficienza dei boia, né l’evidente normalità del massacro compiuto di cui il comando è al corrente. A rendere il video davvero una nuova frontiera dell’orrore è il fatto che non si tratta di un “leak”: non è una denuncia degli ucraini per screditare gli invasori, è uscito sui canali della propaganda russa, ed è stato ripostato e commentato (positivamente) proprio da chi ne esce devastato senza possibilità di redenzione, i russi stessi.

In tutte le guerre, si aprono abissi di odio e ferocia. Quello che cambia è l’esibizione di quella che dovrebbe venire secretato, l’orgoglio della mostruosità, la normalità del disumano. “Gole profonde” da Mosca spiegano che la decapitazione è stata compiuta dal gruppo Wagner, e che il video è stato pubblicato intenzionalmente, per incoraggiare gli ucraini a torturare a loro volta i prigionieri russi, fermando così l’emorragia di militari di Mosca che si arrendono al nemico (3 mila soltanto a marzo, secondo Kyiv). È evidente che l’esecuzione sia stata compiuta, filmata e diffusa per terrorizzare. Il paragone con l’Isis, nello sfoggio pubblico di violenza, è inevitabile ed è venuto in mente a molti.

Per allontanarsi da questo parallelo, sarebbe bastata una condanna, una promessa di indagare e punire. Non sono arrivati. Il parlamento russo era troppo impegnato ad approvare, all’unanimità, la legge che trasforma i maschi russi in reclute da mandare in trincea con un click. I tribunali russi erano intenti a condannare a 25 anni per “alto tradimento” politici di opposizione come Vladimir Kara-Murza. La polizia russa era troppo impegnata ad arrestare chi scrive “no alla guerra” sui muri. L’esercito era indaffarato a reclutare galeotti da spedire al fronte. La magistratura era troppo impegnata a leggere tonnellate di delazioni contro i “nemici del popolo”. In un Paese dove le maestre denunciano i bambini (e i bambini le maestre) per un disegno pacifista, dove il leader dell’opposizione in cella perde 8 chili in 15 giorni perché torturato con la fame, la TV inneggia alla bomba atomica, gli intellettuali decantano Stalin e i giudici tolgono i figli ai dissidenti, il limite dell’orrore è stato sfondato da tempo.

Il paragone con l’Isis regge nella furia con la quale la Russia resuscita il suo passato più oscuro, cancellando con le sue mani ogni residuo rispetto o empatia che poteva suscitare. Il 12 aprile è l’anniversario del volo di Yuri Gagarin, ma la Russia preferisce essere celebre non per le conquiste dello spazio, ma per i mercenari di Wagner che decapitano prigionieri. Il Paese che presiede il Consiglio di Sicurezza dell’Onu si sta trasformando nel Mordor, come lo chiamano gli ucraini, la terra dell’oscurità inventata da Tolkien, abitata da orchi governati con la tortura e la morte. Nel suo ultimo libro “L’antimondo russo” il filosofo Mikhail Epshtein scrive che quello russo è l’unico impero a comportarsi come colonizzatore spietato anche verso il proprio popolo, e a non cercare di migliorarne la vita, perché una dittatura di orchi non è capace di governare uomini liberi e felici. In una cultura politica, ereditata da Stalin e da Ivan il Terribile, che confonde la paura con il rispetto, ed esige la prima come segno del secondo, il video dell’orrore è una promessa anche ai sudditi di Putin, ormai privati di vie di fuga.

Nell’immagine: Ivan il Terribile dal celebre film di Sergei Eisenstein






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