Il Nobel per la pace a Navi Pillay è un messaggio a Netanyahu
La giurista sudafricana ha guidato la Commissione Internazionale Indipendente dell’Onu che ha accusato Israele di genocidio
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La giurista sudafricana ha guidato la Commissione Internazionale Indipendente dell’Onu che ha accusato Israele di genocidio
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La giurista sudafricana ha guidato la Commissione Internazionale Indipendente dell’Onu che ha accusato Israele di genocidio
È il Nobel più politico, quello per la pace: basta un nome per mandare messaggi inequivocabili. Come l’ottobre scorso, che, con buona pace delle mal riposte ambizioni del presidente americano Donald Trump, premiò la leader dell’opposizione venezuelana Maria Corina Machado. Come nel 2023 quando, sull’onda dell’indomito movimento «donna vita libertà», fu assegnato all’eroina della dissidenza iraniana Narges Mohammadi e prima ancora, mentre l’esercito di Putin respinto sul terreno da Kyiv colpiva dal cielo senza pietà, accomunò i coraggiosi russi di Memorial e il centro per le libertà civili ucraine.
Stavolta il Comitato norvegese ha scelto l’ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Navanethem Pillay detta “Navi”, una giurista sudafricana già presidente del Tribunale penale per il Ruanda ma nota oggi soprattutto per essere l’autrice del rapporto della Commissione Internazionale Indipendente dell’Onu nel quale poco più di un anno fa veniva scritto nero su bianco che, sulla base della Convenzione del 1948, le forze di sicurezza israeliane avevano commesso «quattro dei cinque atti genocidi» e che il presidente israeliano Isaac Herzog, il premier Benjamin Netanyahu e l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant avevano incitato «alla commissione di un genocidio». In quell’occasione l’ottantacinquenne Pillay dichiarò che il mondo «non può rimanere in silenzio di fronte alla campagna genocida di Israele contro il popolo palestinese a Gaza».
Così, a tre settimane dal voto percepito in Israele come esistenziale, il Nobel per la Pace manda un messaggio che più diretto non si può, avvalorando quell’accusa di genocidio che altri nei mesi scorsi hanno evocato – dallo storico israeliano-statunitense Omar Bartov allo scrittore David Grossman – ma che, di contro, gran parte degli avversari più irriducibili del governo Natanyahu, di cui pure denunciano i crimini di guerra, rifiuta, spiegando di avvertire una strumentalizzazione nel rovesciare l’abominio senza eguali sulle vittime della Shoah.
È facile immaginare come i destinatari indiretti del premio di Pillay abbiano preso e prenderanno l’annuncio. Si può minimizzare quanto si vuole ma – nella battaglia permanente per il cuore e per le menti, il famoso soft power senza cui non c’è vittoria militare che tenga – pesa. Non che Israele, un Paese mai lacerato internamente, come alla vigilia delle elezioni di fine ottobre, godesse al momento di grande apprezzamento presso l’opinione pubblica mondiale. La speranza è che, oltre a confortare le vittime palestinesi con un messaggio inequivocabile, questo Nobel spinga verso la pace.
Di Giulia Zonca, La Stampa
L’intervista a Navanethem “Navi” Pillay è stata rilasciata a La Stampa mentre la giurista sudafricana era ospite, nel 2020, all’inaugurazione del master dell’Onu su crimine e giustizia a Torino “Senza veri leader impossibile la tutela dei diritti umani”
Pubblichiamo l’intervista rilasciata a La Stampa dalla giurista sudafricana Navathem Navi Pillay il 4 febbraio 2020. In quell’occasione, il premio Nobel per la Pace 2026, era ospite al campus Onu di Torino per partecipare a una lezione sulle sfide per contrastare i crimini contro i diritti umani. Navanethem “Navi” Pillay è stata giudice della Corte penale internazionale (Cpi) e, dal 2008 al 2014, Alto commissario dell’Onu per i diritti umani. Più di recente ha presieduto la commissione dell’Onu incaricata di indagare sulle violazioni dei diritti umani in Israele e nei Territori palestinesi.
«Sfide per contrastare i crimini contro i diritti umani», sembra una lezione impossibile ma la donna che l’ha gestita al campus Onu di Torino è passata in mezzo a una vita fatta di no e sa come ribaltare la storia. Navi Pillay, magistrato sudafricano, prima donna di colore ad aprire uno studio legale nel suo Paese, giudice dell’alta corte, giudice del tribunale internazionale dell’Aia. Quante volte le hanno detto: «Questi non sono affari suoi».
«Infinite. In Sudafrica, sotto l’apartheid, non avevi voce, le più semplici cose, come la spiaggia, erano proibite. No era la sola risposta».
E come ha trovato la voce?
«L’istruzione ti dà il coraggio. Ho visto picchiare i miei compagni di università, ho visto la polizia sparare e ho capito che stare zitti portava al peggio».
Quando ha incontrato Mandela?
«Molti anni dopo. Quando sono entrata a Robben Island come avvocato lui non era tra i miei clienti, non credeva in quel sistema giudiziario e non lo affrontava. Eppure quando mi ha visto per la prima volta mi ha detto: “Ti conosco”. Ha avuto il coraggio di chiamare una donna di una minoranza non africana, io sono di origini Tamil, indiane, e non iscritta al partito, come giudice».
Quanti dei sogni di quegli anni sono stati realizzati?
«Nel 1995 era tutto la prima volta, stava a noi cambiare il mondo. Ora c’è chi soffre allo stesso modo però c’è la libertà. Senza la corruzione si sarebbe potuto fare di più. Ma 300 anni di oppressione non si cancellano con 25 di democrazia. Molti politici di colore hanno solo vestito i panni di chi c’era prima e seguito le vecchie regole del colonialismo. Le persone resistono ai cambiamenti».
Non parla solo del Sudafrica.
«Ovunque. I ricchi hanno interessi acquisiti che hanno paura di perdere, le generazioni non vogliono passare la mano… il Brasile vuole chiudersi l’America pure, l’Italia fatica ad affrontare il problema immigrazione e comunque non dovrebbe essere lasciata sola a farlo. Oggi tanti governi vogliono tornare indietro, terrorizzati di perdere ciò che hanno, invece di capire come andare avanti».
Perché cresce l’odio a sfondo razziale?
«I brutti esempi lo diffondono. Gli Usa hanno un presidente che non si cura delle leggi. L’economia non regge le esigenze sociali e i diritti umani sono considerati un ostacolo».
Come si cambia prospettiva?
«I governi non sono un faro oggi, il meglio arriva dagli attivisti, dalla società civile».
Questi movimenti si possono tradurre in politica?
«Gli ambientalisti ora fanno politica. Ma non basta. Questa lezione a Torino, come tutte le altre, serve per questo: dobbiamo allenare la prossima generazione a essere leader».
Esiste un corso?
«In una folla emotiva non cresce un leader: nelle piazze c’è chi si batte per i diritti umani e chi per la pena di morte, è tutto troppo umorale. Per questo le Nazioni Unite oggi dovrebbero avere più peso. Servono azioni collettive contro le violazioni, come è successo per l’apartheid».
Non c’è un Mandela contemporaneo?
«No. Ci sono buoni esempi, governi che investono soldi pubblici in benessere comune, ma non leader. Del resto ne esistono solo tre riconosciuti globalmente come tali. Sono tutti di colore: Gandhi, Luther King e Mandela, i paesi e le comunità in via di sviluppo dopo tutto hanno qualcosa da offrire».
Lei è giudice nel caso della Birmania accusata di genocidio.
«È aperto e non posso parlarne, ma 17 giudici sì sono espressi all’unanimità in un ordine provvisorio fatto per proteggere i diritti negati ai musulmani. È online, disponibile a tutti».
Il Comitato: «Messaggio a chi mina il diritto internazionale». Da Mandela al Ruanda, alle accuse a Israele, premiato il suo ruolo nel garantire che i crimini di guerra, quelli contro l’umanità e il genocidio siano perseguiti penalmente. Trump: «Premio vergognoso»
Il Nobel per la pace 2026 è stato assegnato alla giurista sudafricana Navathem Navi Pillay per i suoi sforzi volti a promuovere la pace e il diritto internazionale. Scroscianti applausi per lei sono giunti dopo l’annuncio del conferimento del premio: «Se applaudite un po’ più forte, magari dividerò il premio con Trump», ha scherzato uscendo da un momento di imbarazzo per il caloroso festeggiamento.
Nata il 23 settembre 1941, ha ricoperto la carica di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014. Sudafricana di origini indiane tamil, è stata la prima donna non bianca a ricoprire il ruolo di giudice presso l’Alta Corte del Sudafrica. Ha inoltre prestato servizio come giudice della Corte penale internazionale e come presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Nell’aprile 2015, Pillay è diventata il sedicesimo commissario della Commissione internazionale contro la pena di morte. Nella sua veste di presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente sul territorio palestinese occupato dell’Onu, l’anno scorso aveva accusato Israele di genocidio a Gaza. «La Commissione stabilisce che Israele è responsabile della commissione di un genocidio a Gaza – aveva dichiarato Pillay in quella occasione – È evidente che sussiste l’intento di distruggere i palestinesi di Gaza attraverso atti che soddisfano i criteri stabiliti nella Convenzione sul genocidio».
«Il Premio Nobel per la Pace 2026 viene assegnato a una persona che, con eccezionale coraggio e integrità, ha aperto la strada verso un ordinamento giuridico globale più completo e inclusivo. La vincitrice di quest’anno – è scritto nella motivazione – ha svolto un ruolo determinante nel garantire che i crimini di guerra, i crimini contro l’umanità e il genocidio siano perseguiti penalmente».
«Le istituzioni che difendono il diritto internazionale sono sottoposte a enormi pressioni, sanzioni e attacchi» ha evidenziato il presidente del Comitato norvegese per il Nobel, Jorgen Watne Frydnes, spiegando il perché del premio a Pillay. «Nel mondo in cui viviamo, con più conflitti di quanti ne abbiamo visti da molto tempo, sostenere, rafforzare e ampliare il lavoro di queste istituzioni è fondamentale per un mondo più pacifico. Ecco perché è particolarmente importante farlo quest’anno», ha spiegato Frydnes durante la conferenza stampa a Oslo per poi riconoscere che «i conflitti che vediamo nel mondo dimostrano che il diritto internazionale non è riuscito a risolverli e a fermarli» e che «ne vediamo quotidianamente le conseguenze strazianti».
Tuttavia, ha sottolineato, «il diritto internazionale non è mai stato perfetto e non è mai riuscito a prevenire tutti i conflitti, ma stabilisce gli standard. Gli strumenti giuridici prevengono atti di guerra e violenza. Questo è un dato di fatto», ha aggiunto, ribadendo che «la pietra angolare di un mondo più pacifico è il rafforzamento del diritto internazionale». Interrogato sulla scelta di premiare una singola giurista anziché un’intera istituzione, Frydnes ha ricordato che Pillay è stata «in prima linea nello sviluppo del diritto internazionale per decenni», dalla difesa di Nelson Mandela e dei detenuti di Robben Island fino al suo ruolo nei principali procedimenti giudiziari internazionali. «Ci sono – ha concluso – naturalmente molti altri che meritano un riconoscimento, i giudici e le importanti istituzioni, ma quest’anno ci concentriamo su una delle esperte di diritto più coraggiose e importanti del nostro tempo».
Poi ha raccontato: «Tutti continuano a chiedermi: quando ti fermerai? Quando ti fermerai? Quando ti fermerai? Ho appena compiuto 85 anni il mese scorso». La giurista sudafricana ha quindi ricordato di essere ancora impegnata nella giustizia internazionale: «Attualmente sono ancora coinvolta come giudice ad hoc nel procedimento avviato dal Gambia contro il Myanmar», ha spiegato, riferendosi al caso davanti alla Corte internazionale di giustizia relativo alle accuse di genocidio contro la minoranza rohingya. Pillay ha inoltre sottolineato l’importanza del sostegno ricevuto dai colleghi e dalle persone impegnate nella difesa dei diritti umani: «È molto appropriato che siano qui i nostri buoni amici, i nostri colleghi, tutti sostenitori dei diritti umani», ha affermato.
«Perché dovrebbe servire coraggio per dire la verità?» ha dichiarato Pillay, ricordando le reazioni al rapporto delle Nazioni Unite che aveva definito un genocidio quanto accaduto nella Striscia di Gaza. Durante alcune breve dichiarazioni fuori del Tribunale di Norimberga, ripreso in un video pubblicato su X dalla segretaria generale di Amnesty International, Agnes Callamard, la giurista sudafricana ha ricordato il lavoro svolto alla guida della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta dell’Onu sui Territori palestinesi occupati e Israele. «L’ultima cosa che ho fatto è stata la presentazione del rapporto su Gaza, nel quale abbiamo definito quanto sta accadendo lì un genocidio», ha affermato Pillay. La giurista ha raccontato di essere rimasta sorpresa dalle reazioni di alcuni colleghi, che avevano sottolineato il coraggio necessario per arrivare a quelle conclusioni. «Si interpreta la legge, si esaminano tutti i fatti e si arriva a una decisione imparziale», ha spiegato. Nel settembre 2025, la Commissione presieduta da Pillay aveva concluso che Israele aveva commesso un genocidio nella Striscia di Gaza, accuse respinte dalle autorità israeliane.
Per Israele si tratta di una «una grottesca strumentalizzazione di un riconoscimento per legittimare l’odio e i pregiudizi anti-israeliani». In una dichiarazione, citata dal Times of Israel, il ministero degli Esteri afferma che lei sarebbe la favorita se esistesse un premio «per le menzogne, l’odio e le accuse infamanti di crimini rituali». «Il suo ruolo nell’incessante demonizzazione di Israele, politicamente motivata, e nella diffusione della menzogna del genocidio è eloquente» insiste il ministero, che addirittura scomoda un paragone con il ministro della propaganda hitleriena: «Ora che la commissione per il Nobel ha premiato la più grande menzogna del XXI secolo, Joseph Goebbels sta certamente applaudendo dall’inferno».
«L’impegno di Navi Pillay nei confronti dei principi giuridici universali e la sua salda bussola morale sono stati una costante nel corso della sua lunga carriera – viene spiegato –. Nata a Durban, in Sudafrica, durante il regime dell’apartheid, in una famiglia di origine tamil indiana, Pillay è diventata avvocata e pioniera del diritto, affrontando profonde forme di discriminazione strutturale, segregazione ed esclusione. Un filo conduttore collega il suo primo lavoro di difesa di Nelson Mandela e di altre persone che si opposero all’apartheid al suo servizio come giudice in alcuni dei più importanti processi internazionali del nostro tempo».
E poi. «La vincitrice di quest’anno ha ampliato significativamente la portata e l’impatto del diritto internazionale. Ha ricoperto il ruolo di giudice presso l’Alta Corte del Sudafrica, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda e la Corte penale internazionale. È stata Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani e, fino a poco tempo fa, ha presieduto la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato. Oggi Navi Pillay è giudice presso la Corte internazionale di giustizia nel procedimento in cui il Myanmar è accusato di genocidio».
«Navi Pillay – infine – è una delle più grandi difensore dei principi del diritto internazionale del nostro tempo. La sua illustre carriera ci ricorda quanto sia necessario sostenere, rafforzare ed estendere il primato del diritto a livello globale. L’impegno di Navi Pillay per la giustizia e la dignità umana rappresenta una fonte di speranza e ispirazione per tutti coloro che aspirano a costruire un mondo più pacifico».
Donald Trump condivide sul suo profilo Truth le critiche all’assegnazione del premio Nobel per la Pace a Navi Pillay. Il presidente ha pubblicato il post di ‘Shoenlaw’ in cui si afferma che «Oggi il Comitato per il Nobel si è reso protagonista di una vergogna irreparabile e ha sminuito l’un tempo prestigioso Premio Nobel per la Pace assegnandolo a Navi Pillay, dell’Onu. La Pillay nutre un odio dichiarato verso l’America e Israele. Nel suo ruolo ha celebrato terroristi e premiato Hamas. Ha condotto una ‘indagine’ farsa sostenendo che Israele avesse commesso un genocidio e sollecitandone il perseguimento giudiziario».
Nell’immagine: Navi Pillay in visita in una scuola di Gaza nel 2011 con una missione dell’Unrwa
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