Una generazione che non si è ancora arresa
C’è qualcosa di disarmante nelle proteste studentesche che stanno attraversando in questi giorni la Francia: non è soltanto la loro ampiezza né la determinazione con cui ragazze e ragazzi stanno occupando scuole e università, scendendo nelle piazze e mettendo in discussione un sistema formativo non più in grado di garantire condizioni dignitose di studio e di insegnamento. Ciò che mi interpella e trovo sorprendente, tenuto conto delle delusioni e delle frustrazioni subite dai diretti interessati, è che vi sia ancora una generazione disposta a mobilitarsi per chiedere maggiori investimenti nella scuola pubblica, denunciando la carenza di personale, il sovraffollamento delle aule, il degrado degli edifici, la mancanza di attrezzature didattiche, le disuguaglianze che attraversano il mondo dell’istruzione e, più in generale, un futuro che appare sempre più difficile da costruire.
Da settimane migliaia di studenti protestano in numerose città francesi; il 6 ottobre, circa 450 mila persone hanno partecipato alle manifestazioni (266 mila secondo il Ministero dell’Interno). Dei circa 3.700 licei del paese, quasi 900 hanno conosciuto la sospensione totale o parziale delle lezioni e il movimento ha coinvolto anche università e istituti privati. Non siamo dunque di fronte a qualche sporadico focolaio di contestazione, ma a una mobilitazione che, partita soprattutto dai quartieri popolari e periferici, si è progressivamente estesa, portando sulla scena pubblica una generazione che reclama innanzitutto di essere ascoltata.
È proprio questo, forse, il dato che dovrebbe maggiormente interpellarci. Ci eravamo abituati a descrivere i giovani come disillusi, individualisti, disimpegnati, incapaci di credere nella politica e di concepire un futuro che vada oltre la propria dimensione personale; quando poi decidono di uscire dalle loro stanze, di abbandonare per qualche ora i dispositivi elettronici e di occupare lo spazio pubblico, ci affrettiamo a definirli violenti, irresponsabili, manipolati, strumentalizzati. Così, invece di domandarci che cosa li abbia spinti a mobilitarsi, finiamo per occuparci quasi esclusivamente delle modalità attraverso le quali lo fanno, cercando di screditarli e di squalificarne le ragioni.
Naturalmente non tutto è giustificabile, né una protesta diventa legittima soltanto perché animata da buone intenzioni. Sarebbe tuttavia altrettanto miope utilizzare gli eccessi e le degenerazioni, quando si verificano, per rimuovere le cause che hanno dato origine alla contestazione. In Francia, infatti, le rivendicazioni sono tutt’altro che vaghe: riguardano insegnanti, infermieri, personale di sostegno, ore di lezione, condizioni fatiscenti degli edifici, sovraffollamento, borse di studio, selezione universitaria e disuguaglianze. Gli slogan possono essere irriverenti e la protesta assumere forme radicali, ma dietro di essa vi è una richiesta essenziale: poter studiare con dignità e immaginare un futuro nel quale l’istruzione non sia un privilegio. Come ha dichiarato a Le Monde un diciassettenne di Pantin: «Se una generazione non riceve gli strumenti necessari, la Francia non potrà stare in piedi».
La sveglia che continua a suonare
Le agitazioni scoppiate in Francia si inseriscono in un fenomeno più ampio che da anni attraversa le società contemporanee.
Prima sono stati i ragazzi di Fridays for Future, capaci di trasformare l’assenza da scuola in una forma di presenza politica: a partire dall’agosto 2018, quando Greta Thunberg, allora quindicenne, cominciò a manifestare ogni venerdì davanti al parlamento di Stoccolma, lo sciopero scolastico per il clima si trasformò rapidamente in un movimento internazionale, culminato nelle mobilitazioni globali del 2019. Una generazione accusata di essere disinteressata al proprio futuro scopriva così di essere, forse, una delle poche a prendere sul serio l’idea stessa di futuro, mentre gli adulti continuavano a moltiplicare dichiarazioni solenni sulla necessità di intervenire senza riuscire, nella pratica, a modificare significativamente il corso delle cose, quando non giungevano addirittura a negare l’esistenza stessa della crisi climatica.
Poi sono arrivate le piazze e i campus universitari in solidarietà con la popolazione palestinese, di fronte alla devastazione di Gaza e al genocidio in corso sotto gli occhi di tutti. Nel 2024, le proteste studentesche, partite dai campus statunitensi, si sono rapidamente diffuse in numerosi paesi europei, compresi l’Italia e la Svizzera, attraverso occupazioni, accampamenti e manifestazioni nelle quali gli studenti chiedevano il cessate il fuoco e, in molti casi, l’interruzione dei rapporti accademici e finanziari delle proprie università con istituzioni o imprese israeliane. Anche allora, la risposta prevalente si è tradotta in repressione o delegittimazione.
Oggi sono gli stessi sistemi d’istruzione a diventare teatro di scontro: in Francia, in Italia e, in una forma assai diversa ma non meno significativa, persino in India, dove un movimento della cosiddetta generazione Z, nato sui social in modo ironico dopo che un giudice aveva definito «scarafaggi» i giovani disoccupati, ha cominciato a ispezionare le scuole pubbliche per documentarne il degrado e denunciarlo pubblicamente. Le autorità hanno tentato di impedirne l’accesso agli istituti; in alcuni casi sono arrivate persino a chiudere i cancelli o a costruire muri per ostacolare le verifiche (vedi Internazionale, 2 ottobre 2026).
Alle rivendicazioni per il clima, per la Palestina e per una scuola pubblica dignitosa si affiancano quelle esplose in Spagna per il diritto alla casa, un’altra emergenza sociale che investe direttamente la dignità delle persone e le possibilità di costruirsi una vita autonoma.
Al di là delle differenze, è possibile cogliere un tratto comune a simili manifestazioni: una straordinaria carica energetica e, insieme, una spiazzante capacità di vedere ciò che gli adulti sembrano avere imparato a ignorare, pervicacemente abbarbicati a una visione miope del mondo.
Il cambiamento climatico non è una scoperta dei giovani, come non lo sono la tragedia palestinese e il degrado scolastico. Si tratta di realtà conosciute, studiate e documentate da tempo. Ciò che questi movimenti introducono, tuttavia, è un elemento che spesso manca alle istituzioni consolidate: l’urgenza di reagire e la necessità di intervenire per garantirci, tutti quanti, un futuro. Là dove gli apparati statali e sovranazionali producono commissioni, rapporti, dichiarazioni, tavoli di confronto e programmi pluriennali, i giovani sembrano dire semplicemente: non possiamo più aspettare.
È uno scossone provocatorio e una spinta salutare, che costringe a ridiscutere radicalmente le priorità politiche del nostro tempo. Mentre governi e cancellerie si accodano alla retorica del riarmo e dell’economia di guerra, sacrificando risorse pubbliche sull’altare delle spese militari, le piazze ci ricordano che la vera sicurezza di un paese risiede anche – anzi soprattutto – nell’istruzione, nella cultura, nella sanità e nel welfare. Le proteste infastidiscono proprio perché mettono a nudo l’inerzia di una classe dirigente incline a finanziare la distruzione futura, senza profondere sforzi sufficienti per riparare il presente.
Quello che i giovani ci ricordano
Le mobilitazioni giovanili hanno infatti la fastidiosa caratteristica di costringerci a guardare ciò che preferiremmo continuare a considerare inevitabile. Ci ricordano che il degrado di una scuola non è una fatalità, che la devastazione ambientale non è un destino, che la guerra non è una necessità naturale, che la disuguaglianza non è una legge della fisica e che il progressivo impoverimento dei servizi pubblici non costituisce l’unico orizzonte possibile.
In tal senso, i giovani non ci portano soltanto le loro rivendicazioni: ci restituiscono le nostre responsabilità sopite e smontano quel falso «realismo» che è soltanto un altro nome per designare la rassegnazione.
Nelle piazze non si esprime una generica insofferenza adolescenziale, bensì una richiesta di riconoscimento sociale e di partecipazione politica. I ragazzi e le ragazze intervistati nelle scuole francesi ripetono, con parole diverse, la stessa cosa: vogliamo essere ascoltati. Non rivendicano semplicemente di «avere di più»; chiedono che le istituzioni prendano atto delle condizioni degradate in cui vivono e studiano, affinché vengano finalmente migliorate. Perfino negli istituti più privilegiati si registrano manifestazioni di solidarietà nei confronti delle scuole svantaggiate, a dimostrazione del fatto che la protesta non è riducibile a un corporativismo di classe.
La mobilitazione in corso, inoltre, non nasce contro la politica in quanto tale, ma si rivolge direttamente alle istituzioni. I giovani, forse, non hanno perso completamente la fiducia nella politica; hanno perso, piuttosto, la pazienza nei confronti di una classe dirigente incapace di rispondere alle questioni fondamentali della nostra esistenza.
Mentre il dibattito pubblico si attarda su competitività, sicurezza e armamenti, i dati mostrano la portata dei tagli alle risorse destinate all’istruzione: in India, il bilancio destinato al settore è sceso dal 4,6 per cento del 2014 al 2,5 per cento nel 2025-26, mentre in un decennio sono state chiuse oltre 93 mila scuole statali (Internazionale, 2 ottobre 2026). In Francia, la spesa pubblica per studente nell’insegnamento superiore e nella ricerca ha subito una significativa contrazione nel corso degli ultimi mandati presidenziali (Internazionale, 9 ottobre 2026). Dietro la contestazione vi sono dunque numeri, strutture fatiscenti e diritti negati.
E allora forse dovremmo smettere di chiederci perché questi ragazzi protestino e cominciare a domandarci perché noi abbiamo smesso di farlo. Vi è qualcosa di inquietante in una società nella quale classi di trentasette alunni ed edifici fatiscenti vengono considerati la norma, mentre la loro denuncia viene trattata come un problema di ordine pubblico. Il problema non sono i giovani che disturbano la nostra quiete, bensì il fatto che questa quiete sia diventata fin troppo simile alla rassegnazione.
Ed è qui che torna utile l’esortazione di Stéphane Hessel, combattente della Resistenza francese, sopravvissuto ai campi di concentramento nazisti e tra i protagonisti dei lavori preparatori della Dichiarazione universale dei diritti umani. Nel 2010, a novantatré anni, pubblicò Indignez-vous! (Indignatevi! nella versione italiana del 2011), un piccolo libro-manifesto nel quale invitava soprattutto i giovani a non lasciarsi vincere dall’indifferenza, a riconoscere le ingiustizie e a trasformare lo sdegno in impegno.
La sua voce incontra oggi quella dei ragazzi che riempiono le piazze: due generazioni lontane, ma accomunate dal rifiuto di considerare inevitabile ciò che non dovrebbe esserlo.
Dalla Spagna, dove le proteste per il diritto alla casa denunciano la piaga della perdita forzata dell’alloggio, arriva anche la testimonianza di Maricarmen Abascal, 87 anni, sfrattata dall’abitazione in cui aveva vissuto per 71 anni e morta in ospedale il 7 ottobre 2026. Le sue parole, registrate pochi giorni prima della morte, trascendono la vicenda personale per diventare un appello alla solidarietà e alla lotta collettiva:
«Non sono riuscita a difendere la mia casa, ma ho lottato affinché gli altri imparassero a lottare per la propria. La mia casa è stata la mia vita e adesso la devo lasciare. Un abbraccio forte e grazie per tutto, per tutto! Ma per favore lottate, affinché non ci siano altri casi come quello di Maricarmen».
È questo, forse, il filo che lega le piazze di oggi: il rifiuto di rassegnarsi all’ingiustizia e la volontà di difendere ciò che rende una vita degna di essere vissuta. Anziché reprimere chi protesta, sarebbe opportuno finalmente ascoltarne le ragioni e raccoglierne il grido, prima che la rassegnazione soffochi anche la speranza.
Come scriveva Hessel: «La pire des attitudes est l’indifférence».
Nell’immagine: i giovani in prima fila alla manif pro Palestina a Lugano (ottobre 2025)