Deriva autoritaria in Macronia

Deriva autoritaria in Macronia

Giornalisti arrestati e interrogati dalla polizia o addirittura dai servizi segreti, movimenti di attivisti fermati dalle autorità: la Francia di Macron è uno Stato che fa sempre più uso della repressione


Federico Franchini
Federico Franchini
Deriva autoritaria in Macronia

Come da manuale, l’irruzione è stata fatta all’alba. Alle sei del mattino degli agenti della Direzione generale della sicurezza interna (DGSI) – i servizi segreti francesi – sono sbarcati a casa della giornalista Ariane Lavrilleux. Per dieci ore hanno setacciato l’appartamento marsigliese della donna. Tutti i dati presenti sui computer e sui telefonini sono stati aspirati con l’aiuto di esperti informatici. Arianne Lavrilleux e poi stata portata in commissariato dove è stata segregata per oltre un giorno in una cella prima di venire finalmente liberata dopo un lungo interrogatorio.

La colpa della giornalista? Un’inchiesta esplosiva, pubblicata nel novembre 2021 dal sito investigativo Disclose, sulle derive della collaborazione “antiterrorista” tra la Francia e l’Egitto. Un lavoro giornalistico di grande impatto che ha svelato le complicità dello Stato francese in alcune esecuzioni arbitrarie commesse nel deserto egiziano. Anziché aiutare a prevenire le infiltrazioni jihadiste, le informazioni fornite dalla Francia sono state utilizzate dal regime di Al Sisi per eliminare dei civili. Malgrado le note interne (pubblicate da Disclose) che allarmavano sui rischi di questa collaborazione, Parigi ha continuato a rifornire il Cairo di dati privilegiati.

A seguito di questo articolo, e dopo una denuncia del Ministero delle forze armate, in Francia è stata aperta un’inchiesta per “compromissione del segreto di difesa nazionale”. Ed è proprio nell’ambito di questa procedura che la giornalista è stata perquisita e arrestata. Obiettivo: confermare l’identità della fonte all’origine dell’inchiesta. Secondo le Monde, un ex funzionario del Ministro è già finito sotto inchiesta. L’uomo non potrà beneficiare dello statuto di whistleblower, in quanto l’apposita legge sui lanceurs d’alerte esclude dal suo perimetro i segreti della difesa nazionale.

La vicenda ha sollevato l’indignazione nel mondo del giornalismo d’inchiesta francese e nelle ONG attive a favore della libertà di stampa come Reporter sans frontières. In una lettera, una quarantina di testate tra cui Mediapart e le Monde hanno denunciato una “situazione gravissima” e un “attacco senza precedenti contro la professione e il segreto delle fonti”. Protezione delle fonti che per la Corte europea dei diritti dell’uomo sono “una pietra miliare della libertà di stampa”. Un principio sacro santo, conquistato e ancorato nelle carte deontologiche, la cui violazione è il simbolo dell’inquietante deriva antidemocratica della Francia di Emmanuel Macron.

Incalzato dai giornalisti, il portavoce del Governo, Olivier Véran, non ha potuto mascherare il suo imbarazzo. Dopo il classico no comment sull’arresto di Ariane Lavrilleux, ha invitato i reporter a contattarlo ulteriormente per parlare di “libertà di stampa nel nostro paese, quello dei diritti dell’uomo”. Peccato che in questo paese gli attacchi alla libertà di stampa non sono certo isolati. Come ribadito nella lettera a sostegno di Ariane Lavrilleux siamo “in un contesto di moltiplicazione delle procedure contro i giornalisti negli ultimi anni”. Nel 2019, diversi giornalisti che lavoravano sulla vendita di armi da parte della Francia sono stati convocati per essere interrogati da agenti dell’intelligence. Sempre nel 2019, gli uffici di Mediapart hanno subito un tentativo di perquisizione nell’ambito dell’affare Benalla, dal nome del collaboratore responsabile della sicurezza dell’Eliseo incriminato per aver fermato illecitamente dei manifestanti. Il tentativo di perquisizione era stato fermamente condannato, tre anni dopo, da un tribunale. È di qualche giorno fa, invece, la notizia della convocazione di tre giornalisti di Libération da parte della polizia giudiziaria di Lille. I tre reporter sono gi autori di una serie di articoli sulla morte di un giovane, ucciso da un poliziotto delle Brigate anticriminalità (BAC). La direzione di Libération ha sottolineato “un nuovo tentativo d’intimidazione di giornalisti”.

Nella Francia del liberale Emmanuel Macron, insomma, la libertà di stampa è sempre più in crisi. Tanto più che la professione è già messa a dura prova dall’avanzata incontrastata del miliardario ultraconservatore Vincent Bolloré, ormai proprietario di un impero mediatico al cui comando editoriale ha piazzato capitani vicini alla peggio destra. Emblematico il caso dello storico settimanale Journal du Dimanche che, acquistato da Bolloré, è stato affidato a Geoffroy Lejeune, amico di Eric Zemmour, ed ex direttore del settimanale di estrema destra Valeurs actuelles. A poco è servito l’encomiabile e lungo sciopero della redazione andato in scena quest’estate.

Ma nella Macronia non è solo la stampa a soffrire. A fine giugno, il movimento Soulèvements de la Terre, molto attivo nella lotta contro i mega bacini idrici destinati all’agro-industria, è stato sciolto dal Consiglio dei Ministri. L’accusa è quella di minacciare la sicurezza pubblica. La decisione di sciogliere il movimento ecologista è stata sospesa da un tribunale in agosto. Sempre in giugno, un tribunale amministrativo si era rifiutato di rinnovare l'”accreditamento” ad Anticor, associazione fino ad allora autorizzata a intraprendere azioni legali in casi di presunta corruzione. Anticor aveva ad esempio presentato la denuncia che ha portato all’incriminazione del segretario generale dell’Eliseo. Sembra l’Ungheria di Orban, ma è la Francia di Macron.

Il Presidente dallo sguardo docile fa sempre più uso della forza. Le manesche repressioni dei Gilet Jaunes, delle manifestazioni contro la riforma pensionistica o dei disordini nelle banlieue di quest’estate hanno segnato un crescendo di violenze da parte dello Stato. La polizia ha sempre più potere, anche politicamente. E intanto continua a sparare. E ad uccidere. Sono 38 le persone uccise dalla polizia nel 2022. Erano 52 nel 2021. A cui vanno aggiunte le decine di persone ferite gravemente dai sempre più utilizzati proiettili di gomma. A riguardo, Amnesty International ha dovuto chiedere alla Francia di sospendere l’uso dei proiettili di gomma e vietare le granate esplosive contenenti gas lacrimogeno durante le proteste. Una deriva poliziesca – contro cui in migliaia sono scesi in piazza questo fine settimana – che fa da contraltare ad una politica neoliberale che sotto l’era Marcon non ha fatto che acuire le tensioni sociali.

Nell’immagine: illustrazione dal sito di Disclose

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