È abbastanza singolare e in certo qual modo problematico o anche sintomatico di un tentativo di aggiustamento sulla “cultura” dominante rilevare che di fronte alla benzina o al diesel che toccano ormai prezzi insostenibili e risultano soprattutto socialmente ingiusti e micidiali (l’auto indispensabile per lavoro o per recarsi al lavoro), si ricorra o si proponga la diminuzione o l’abolizione delle tasse che in un modo o nell’altro colpiscono auto o autista oppure si suggeriscano complicati metodi (forse l’Intelligenza Artificiale può risolvere tutto) per assegnare… una sorta di diritto a un tot di chilometraggio a prezzo scontato. Sembra un’azione di calmieraggio in senso contrario: abituiamoci, tanto non si può far niente, anche quel che si può suggerire sarà un’opportunità “teorica” (v. Naufragi 6.10, Benzina alle stelle).
Il sovraprezzo per i consumatori
Nessuno o pressoché nessuno – tanto a livello federale e tanto più a livello cantonale – ha pensato che, dopo i vari avvenimenti internazionali che hanno scatenato la crisi o semi-crisi del petrolio, il sovrapprezzo pagato dai consumatori (pagato o alla pompa di benzina o per il riempimento del serbatoio di gasolio da riscaldamento a casa propria o per le spese accessorie per riscaldamento addebitate all’inquilino) si sia trasformato in consistenti superprofitti per gli operatori dell’industria petroliera: dai produttori, ai commercianti, ai venditori. Per quanto e con quale ripartizione?
Almeno qualcuno si è posto il problema ed ha tentato di dare una risposta: l’organizzazione non governativa T&E (Transport & Environment). Su scala europea, tra inizio marzo e metà settembre i superprofitti dei “petrolieri”, esaminati settimana per settimana, si ripartiscono nel modo seguente: 30 miliardi di euro per i produttori di petrolio grezzo all’origine (Paesi o imprese); 24,7 miliardi per i raffinatori e distributori in seguito.
39 miliardi in un anno
L’affare più consistente è dovuto al diesel, anche perché ha conosciuto le tensioni di approvvigionamento più importanti (su un aumento medio di 46 centesimi per litro, 20 sono andati al produttore,19 al raffinatore e distributore,8 all’aumento automatico delle tasse. Per la benzina, l’aumento medio di 30 centesimi ha beneficiato i produttori di petrolio grezzo (18 centesimi), poi i raffinatori e distributori (8 centesimi) con 5 centesimi di tasse in più. Queste cifre rappresentano però una media su sei mesi e mezzo. Considerando solo la seconda metà di settembre, quando i prezzi si sono ancora rialzati. Per il diesel: 31 centesimi al litro per i produttori, 23 per i raffinatori e distributori. Per la benzina rispettivamente 28 e 10 centesimi il litro. Se questi prezzi si manterranno sino alla fine dell’anno raffinatori e distributori nell’ambito dell’Unione europea dovrebbero accumulare 39 miliardi di euro nel 2026.
Una vecchia storia e la fioritura dei profitti
L’estrazione del barile di petrolio in settembre non è costata di più che in gennaio. La stessa cosa vale per le operazioni di raffinamento. E quando il prezzo di vendita esplode ma non i costi, il guadagno del produttore schizza in alto.
C’è chi riporta ad un esempio storico. Nella crisi energetica 2022-2023 i profitti delle cinque “major” petroliere private erano triplicati rispetto alla media dei loro risultati antecrisi. Alla fine del 2023 ne rappresentavano ancora più del doppio.
Il 2026 sarà quindi una fioritura di superprofitti. Come detto, T&E ritiene che i soli raffinatori e distributori europei potrebbero incassare sull’anno 39 miliardi di dollari di superprofitti. Va però precisato che il calcolo si basa unicamente sulle vendite dei carburanti stradali sul continente e non considera gli altri numerosi usi del petrolio e del gas, soprattutto nell’industria e nel riscaldamento domestico.
Questa situazione ha rilanciato in Europa il dibattito sulla tassazione dei superprofitti delle “major” petroliere. Alcuni governi hanno già invitato a imporle fiscalmente come si dovrebbe; così la Germania, l’Austria, la Spagna, l’Italia, il Portogallo.
Si pone ovviamente il problema della localizzazione dei profitti: sono realizzati e quindi prelevabili su territorio nazionale? Si ritiene infatti che dal 60 all’80 per cento dei profitti siano localizzati nelle parti dove c’è stata l’esplorazione e poi la produzione-sfruttamento: quindi fuori dai paesi dell’Unione europea. Insomma, più ci si allontana dalla materia prima, il petrolio grezzo, più i margini si ridurrebbero. Che non è una giustificazione.
Godono i paradisi fiscali e il grosso buco trumpiano
È comunque interessante rilevare come un recente studio dell’International Tax Observatory dimostri come la distorsione nella localizzazione degli utili è ancora più elevata nei periodi di superprofitti: “durante questi periodi la parte degli utili eccezionali assegnati ai paradisi fiscali passa dal 12 al 20 per cento”.
Quindi: “La questione per i poteri pubblici è quella di definire una base tassabile robusta che resista al fatto che una parte degli utili possa essere trasferita verso i paradisi fiscali”.
Una soluzione proposta è quella di tassare mondialmente i profitti delle società per poi distribuire le entrate secondo una chiave di riparto, sulla base delle vendite finali. È quanto ha già suggerito l’Ocse (l’Organizzazione di cooperazione e sviluppo economico) con una imposta mondiale minima sulle multinazionali. Una rivoluzione fiscale approvata nel 2021 da 136 paesi, già in vigore, ma con un grosso, assurdo buco: il settore energetico ne è stato escluso. Per l’intervento di Donald Trump che ha annullato gli impegni assunti dal suo predecessore, Biden.
Necessaria ma insufficiente per risolvere il problema energetico
L’Europa (e la Svizzera?) dovrebbe procedere da sola: la maggior parte degli utili, realizzati nei paesi d’estrazione, sarebbe di poco conto… ma il raffinamento, il commercio e altre attività potrebbero essere facilmente captate, con la conseguente manna da ridistribuire. Tuttavia, con una condizione imprescindibile: il controllo e il blocco dei prezzi, altrimenti, conoscendo il diavolo, si rischierebbe di ritrovare anche la maggiore imposizione nei prezzi al consumatore; e sarebbe un’altra grossa beffa.
Anche se, pur importante e di dovere democratico-sociale e necessaria, la tassazione dei superprofitti rimane insufficiente per risolvere il problema energetico e per ridurre la nostra dipendenza dal petrolio (con la sobrietà e con la cosiddetta transizione energetica).
Nell’immagine: questa sì è ricchezza “che sgocciola”… ma verso l’alto